Guerra e paura a Onore

La paura, a Onore, è arrivata molto prima della guerra.

Anzi, a Onore, la guerra non è mai davvero arrivata nelle case: non ci sono stati fronti aperti sul paese, né colonne di carri armati ferme in piazza.  

Eppure, per anni, nelle cucine e nelle stalle si è vissuto con un nodo alla gola, preoccupati più per chi era partito – figli, fratelli, mariti al fronte o in Russia – che per le bombe o i rastrellamenti che avrebbero potuto colpire il paese.

“Gli uomini giovani erano al fronte e quella era una vera preoccupazione” Ricorda Giovanna, “Ogni famiglia aveva qualcuno al fronte.”

E se i cuori dei paesani erano profondamente turbati dall’attesa di buone notizie che non arrivavano mai… esteriormente, Onore continuava a sembrare quasi uguale a prima.​

Quasi…

Monumento Ai Caduti

Silenzi di adulti, timori di bambini

Perché se è vero che Onore, in parte, è stata risparmiata, dalle atrocità della guerra, è pur vero che la paura arrivava lo stesso, insieme alle notizie dei caduti, ai racconti bisbigliati alla stalla, alle lacrime delle madri che pensavano ai figli nascosti in montagna o lontani, al fronte.

Ogni ragazzo partito poteva diventare uno di quei nomi sussurrati e questa possibilità bastava a far tremare le mani mentre si apparecchiava la tavola.​

Se già prima della guerra “si moriva per poco, per una ferita che si infettava”, per la nefrite o per la tubercolosi, quegli anni di conflitto hanno reso tutto ancora più precario.

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Insomma, la differenza c’era e si poteva percepire dagli sguardi, dai gesti, dai silenzi.

Per i bambini, ad esempio, la guerra aveva il volto dei grandi che smettevano di parlare all’improvviso, delle madri che facevano cenno di stare zitti, dei padri e dei fratelli che sparivano per mesi e spesso non tornavano più.

Dietro quegli sguardi e quelle parole, infatti, si intuiscono giornate passate a guardare fuori dalla finestra e ad ascoltare passi sconosciuti nel cortile.​

Gli adulti cercavano di proteggere i più piccoli, cambiando tono di voce o mandandoli a letto quando “il discorso si faceva un po’ più ombroso”, come ricorda Adelia, pensando alle sere passate tutti insieme nella stalla.

La guerra fa capolino a Onore

E c’erano, poi, anche rare volte, in cui la guerra faceva capolino persino lì, in paese o poco lontano, facendo sentire la sua voce, piovendo dal cielo…

Macerie

Lucia ricorda un episodio particolare: “È venuta giù una bomba. Ma non c’era nessuno in giro, perché si stava tutti ritirati per la paura”.

Tutti ricordano le finestre chiuse, le strade vuote, il paese che tratteneva il fiato.

Perché il rumore di una bomba diventava un confine netto: c’era un prima, fatto di corse e voci in strada, e un dopo, in cui anche un camion che passava in lontananza faceva sobbalzare.​

Posto sbagliato, momento sbagliato…

Giovanna racconta di come, durante la Seconda Guerra Mondiale, hanno requisito il mulo a suo nonno, il quale aveva protestato: “ho già dato tre figli alla guerra”.

E lo sa bene Antonio, che durante la guerra stava a Milano “a fare il pastore”.

La paura lo ha inseguito anche lì:

Sono passati due camion tedeschi e mi hanno preso le due pecore più belle. Il padrone mi ha accusato di averle vendute, ma c’era uno di una cava di ghiaia che ha testimoniato per me.

Una dimostrazione di come la violenza, in quei giorni, non era fatta solo di bombe e fucili, ma anche di accuse ingiuste e, spesso, finiva per trasformarsi in gesti di prudenza dettata dalla paura, come ricorda Giovanna:

“Una notte abbiamo sentito bussare forte: c’era un gruppo di soldati russi che chiedevano fieno per i cavalli, e il nonno disse ‘falli entrare che qualcosa gli diamo’”.

Ma l’episodio di Antonio mostra come bastassero pochi minuti, una parola detta o non detta nel momento sbagliato, per perdere mesi di lavoro, cibo o, nei casi peggiori, persino la vita.

Funerale Soldati

Partigiani e fascisti a Onore

Ma se nelle grandi città, come Milano, i tedeschi erano per le strade, attorno a Onore la guerra si giocava su un altro fronte, quello dei partigiani, nascosti tra boschi e contrade.

Perché, per chi è cresciuto a Onore negli anni Quaranta, la guerra non era solo un paragrafo su un libro di Storia, ma era un’ombra nera come le camicie fasciste, che potevano bussare alla porta in qualsiasi momento.

Lucia lo ricorda così: “I fascisti andavano nelle case per cercare i partigiani. Venivano anche a prendere da mangiare”.

E ogni visita significava qualcosa in meno per i bambini, per le giornate di lavoro nei campi, per l’inverno alle porte.​

Neve

Bastava un colpo alla porta perché tutto cambiasse: le donne zittivano i bambini, gli uomini abbassavano lo sguardo, un pezzo di pane o una forma di formaggio passavano di mano per evitare guai peggiori.​

Nelle stesse stanze in cui si impastava il pane o seccavano i salami, si imparava anche a nascondere chi scappava.

Antonio ricorda un giorno del 1944 in cui “eravamo in una cascina ed è passato un gruppo di partigiani, avvisandoci di andare in paese, che se passavano i fascisti, bruciavano le cascine”.

E racconta anche di un partigiano che “si era nascosto nell’ultima casa di Onore e si era infilato nel posto del maiale. L’hanno coperto con lo strame”, mentre “i fascisti hanno provato a infilare la baionetta ma non l’hanno trovato”.

Strame

Ecco che i quei silenzi tesi, ogni respiro trattenuto diventava un atto di coraggio condiviso, un modo concreto di prendere posizione, pur senza alzare la voce.​

Eppure, nei paesi vicini, racconta ancora Antonio, “ci sono stati morti tra i partigiani”.

Insomma, nonostante requisizioni e paure, le famiglie continuavano a dividere il poco che c’era, a salvare, quando possibile, un salamino nascosto, qualche patata… un partigiano fuggiasco.

Attesa e preoccupazione per chi è lontano

Per molte famiglie, poi, la guerra non è stata solo una questione di camice nere e camionette, ma voleva dire anche sedersi a tavola con dei posti vuoti in attesa di notizie che non arrivavano mai.

Madre

Lucia aspettava i suoi fratelli: “Avevo due fratelli, uno è andato in Russia al fronte e un altro sempre in guerra. Non venivano mai. Il primo l’hanno mandato in ospedale verso Venezia”.

Venezia, Russia… nomi di città e Paesi lontani che entravano in casa insieme alle voci dei vicini e alle lettere, lette e rilette sui tavoli della cucina, fino a consumarle.​

Dopo la paura: andare avanti e ricordare

Poi la guerra è finita, ma Onore non è tornata semplicemente “quella di prima”.

I sopravvissuti hanno rimesso mano alle stalle, ai campi, alle case, portandosi dentro ferite visibili e invisibili.

Molti sono partiti per la Svizzera o per altri paesi, cercando, in quei lavori lontani, la sicurezza che gli anni di guerra avevano tolto.​

Eppure, nelle voci di Lucia, di Antonio, di Adelia e degli altri, non c’è solo la paura di quei giorni, ma c’è anche la capacità di “andare avanti e essere felici lo stesso”, come dicono quando parlano di quelle stagioni difficili.

Uomini

Forse è proprio questo il dono più grande di quegli anni bui: aver insegnato che un paese si tiene in piedi anche quando ha paura, solo se ognuno, nel suo piccolo, decide di restare, di proteggere, di condividere quel poco che ha.

Perché se per Onore, la guerra è rimasta soprattutto là, lontano, dove era cominciata, la paura e il coraggio di quegli anni sono ancora qui, nei racconti che ancora oggi gli anziani consegnano a chi ha voglia di ascoltare e di scriverne per ricordare.

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