Vita rurale e allevamento
A Onore, la campagna è stata per anni una seconda pelle: ti si attaccava addosso con il profumo del fieno, il fumo acre dei camini e l’odore forte delle stalle d’inverno.
Prima che arrivassero le fabbriche e i treni per la Svizzera, era la terra a decidere l’ora di alzarsi, il numero di bocche da sfamare e persino il modo di passare il tempo libero la sera, quando le donne si ritrovavano “nella stalla perché ci si scaldava”, come ricorda Lucia.
Ma, se la giornata degli adulti terminava nella stalla, proprio lì, iniziava anche quella dei bambini, il giorno dopo.
La stalla: il centro sociale del paese
Per molti bambini, infatti, la casa non era la cucina, ma proprio la stalla.
Perché il tepore vero non lo dava il fuoco custodito nella stufa della cucina, ma il fiato delle bestie inconsapevoli, che ruminavano nelle mangiatoie.
Adelia lo racconta così: “Avevamo la stalla, lì dove abito adesso. Sotto, le mucche, e sopra, il fienile. Noi d’inverno stavamo giù.”
Lucia ricorda una stalla che era quasi un salotto di paese: “Venivano tutti nella stalla. Noi ne avevamo una molto bella, con un bel finestrone e che, in fondo, faceva da cucina. Le donne, dopo lavoro, venivano tutte lì.”
In quei pomeriggi d’inverno, mentre fuori il buio arrivava presto, i nonni raccontavano storie e, quando il discorso si faceva “un po’ più ombroso”, come lo definisce pudicamente Adelia, “ci mandavano a letto”, proteggendo i più piccoli dalle paure e dai discorsi dei grandi.
Ma quel tepore, che scaldava le ore del lavoro e del tempo libero, aveva un prezzo: le giornate, infatti, cominciavano presto, e ruotavano sempre attorno alle bestie.
Prima le bestie, poi la scuola…
Perché la sveglia, in quegli anni, non era la campanella della scuola, ma il muggito delle mucche e il passo frettoloso dei genitori già in piedi da ore.
“Anche d’inverno ci facevano alzare alle 5, per aiutare nella stalla, andare a messa, fare colazione, andare a scuola, tornare a casa, mangiare, c’erano i piatti da lavare, fare i letti”, questa, la routine raccontata da Adelia, con la naturalezza di chi è cresciuta così.
Antonio, invece, riassume tutto in una frase più semplice: “Da bambini eravamo agricoltori, avevamo quattro bestie e aiutavamo i genitori.”
E il lavoro non faceva distinzioni tra maschi e femmine, o tra adulti e bambini: chi non era ai pascoli, era alle prese con il gerlo pieno di strame, con il letame da portare dietro la stalla o con il fieno da sistemare in solaio.
“Il mulo era un pezzo della famiglia”, racconta Giovanna.
Mentre Anselmina la butta sul ridere, ma nelle sue parole c’è tutta la fatica di quegli anni: “Io ogni tanto scappavo, andavo a giocare, perché era uno stress. Mi sono detta ‘Non sposerò mai un contadino, che ti fanno lavorare’. Adesso con i contadini le donne non fanno più niente, ma noi… il rastrello, la zappa, la falce…”
Eppure, tutta quella fatica si trasformava, alla fine, in latte, formaggi e pane sulla tavola ogni giorno per tutta la famiglia.
Una mucca e tanta solidarietà
Ecco perché quasi tutti a Onore avevano almeno una mucca… perché averne significava possedere una piccola sicurezza.
Giovanna lo conferma: “Ognuno in casa aveva almeno una mucca. L’anno era scandito dalle necessità della terra. L’inverno era la stagione più tranquilla e il resto dell’anno si stava nei campi.”
In casa di Lucia, di mucche, ce n’erano “cinque o sei. Si faceva stracchino e si vendeva per guadagnare qualcosa”.
Anche Adelia vede ancora i lati positivi di essere nata in una famiglia contadina:
Eravamo fortunati per il fatto che avevamo almeno la campagna, le mucche, avevamo anche le api. A confronto di parecchi che non avevano niente.
”Il latte non era solo merce da vendere, ma anche gesto di solidarietà, come racconta Adelia, ricordando come la comunità dividesse con il curato del paese i prodotti caseari: “Il curato è venuto con niente e il nonno è andato a prendere un secchiello con il latte. Facevamo i formaggi e uno anche per il curato.”
In estate, poi, la grande pianta d’uva davanti a casa offriva ombra e materiale prezioso: “Noi l’estate, quando a qualcuno serviva magari un pezzo di burro, usavamo la foglia dell’uva”, dice ancora Adelia, delineando una scena di ingegno quotidiano per “confezionare” il burro.
Si ammazzava il maiale, ma si pagava dazio…
E se le mucche garantivano latte e formaggio, era però il maiale il vero tesoro della casa.
Lucia ricorda che, nei giorni di festa grande, “si ammazzava il maiale”, sapendo che salami, cotechini e lardo sarebbero durati mesi interi.
Anche se, in questi casi, bisognava fare i conti con il dazio, la tassa da pagare, e con i controlli a sorpresa.
Adelia, ancora oggi, sorride ripensando alle parole del padre: “Se viene qualcuno che chiede del maiale, dite che non l’avete mangiato e che non avevate il maiale.”
I salami venivano nascosti ad asciugare nella cucina “giusta”, mentre “mandavamo quello del dazio nell’altra cucina dove non c’erano i salami appesi”.
Piccoli stratagemmi per sopravvivere, insomma, ma se ti beccavano “ti davano una multa e ti portavano via anche un po’ di roba, che era più di quello che dovevi pagar: un pezzo di lardo, il cotechino, il salamino…”, così, a quello che arrivava in casa “dovevi dargli qualcosa, oltre che pagare. Dovevano riempire la borsa anche loro.”
Ma il maiale era solo parte di un’economia che seguiva, inevitabilmente, il ritmo dei campi.
Le stagioni del fieno e del grano
Il calendario dei contadini, infatti, non seguiva le vacanze scolastiche, ma la maturazione del fieno e delle spighe.
Come ricorda Lucia: “Andavamo in una cascina in primavera presto e si tornava in autunno. Si faceva seccare il fieno, si facevano i covoni e si mettevano in solaio che seccavano le spighe, poi si tagliava e si portava a macinare.”
D’estate, poi, si preparava ciò che avrebbe riempito la tavola d’inverno: “Noi da contadini avevamo farina, frumento, granoturco”, spiega Adelia. “Mia mamma faceva il pane una volta alla settimana, erano circa 4 etti per ogni pagnotta.”
Si portava il grano al mulino per fare il pane e la trasformazione era quasi un rito collettivo.
Ma per dar da mangiare alle bestie, per coltivare il grano e per impastare il pane non si poteva prescindere dalla risorsa più importante di tutte, una di quelle che oggi diamo tutti per scontata: l’acqua.
La risorsa più preziosa: incontrarsi alla fontana
Perché a quel tempo, a Onore, l’acqua non arrivava, come oggi, semplicemente girando un rubinetto.
Come ricorda Antonio: “Onore era composta da tre contrade e ognuna aveva la sua fontanella dove si andava a prendere l’acqua.”
E Lucia conferma: “Andavamo a prendere l’acqua con i secchi. Per lavare e far da mangiare si prendeva l’acqua piovana dalla cisterna, per quella da bere c’erano secchi coperti. C’era una fontana e una vasca grande per far bere le mucche.”
E quando arrivava la siccità, la vita rurale cambiava ritmo.
“C’è stata una siccità e le mucche le portavamo in cima, dove c’era un grande lavatoio, dove dietro c’erano le donne a lavare e a prendere l’acqua”, racconta ancora Lucia.
In un unico ambiente si ritrovano insieme animali, donne, panni stesi, secchi d’acqua e tante chiacchiere.
Perché la campagna non era mai solo fatica, era incontro e scambio continuo, tanto che l’acqua, come il latte, il miele o una manciata di noci, diventavano piccole perle preziose da proteggere e condividere.
Doni della natura, regali d’altri tempi
Nelle corti di Onore, infatti, la vera ricchezza non stava in banca, ma nei piccoli tesori di casa.
Adelia ricorda con orgoglio che avevano api e miele, che addolciva le rare feste e dava forza ai bambini, in un tempo in cui lo zucchero non abbondava.
Anche le piante di noci erano considerate preziose, tanto che qualcuno cercava di nascondere il raccolto migliore.
Anselmina sorride ripensando alle sorprese di Santa Lucia e ai piccoli espedienti materni: “La cosa positiva è che ci divertivamo con poco. Il regalo che mi ricordo bene: una scopina. Mio fratello il cavallino. Io e Adelia la scopina perché dovevamo aiutare la mamma”.
“E poi c’erano le noci, le nocciole, i mandarini, il caco, la mela… Avevamo le piante delle noci e le nascondeva perché a me piacevano. Le aveva messe in una cassapanca con le trapunte”.
Dettagli che dimostrano come la vera ricchezza non stava nelle casseforti in banca, ma nelle cassapanche di casa: piccoli tesori della natura, custoditi gelosamente insieme alle trapunte di lana.
La povertà non sembrava miseria
Guardata con gli occhi di oggi, la vita rurale di Onore potrebbe sembrare fatta solo di rinunce: ghiaccio sulle finestre, acqua portata a mano, lavoro già da bambini e carne centellinata.
Eppure, quel “Non ci è mai mancato niente” torna identico sulle bocche di molti.
Lo dice Adelia, pensando alle mucche, alla campagna, alle api, a quel forno costruito dal padre che permetteva di cuocere il pane per tutta la settimana.
Antonio lo ripete, parlando di com’erano “piccoli agricoltori”, che avevano “quattro bestie” e “facevano formaggi, tutti avevamo il grano e il mais per fare pane e polenta, e patate”.
Certo, non era una vita comoda, ma si apprezzava ciò che si aveva: “Mi ricordo, d’inverno veniva il ghiaccio sulle finestre. Eravamo fortunate perché avevamo il materasso e le trapunte di lana. Tante famiglie non avevano neanche quelle”, ricorda ancora Adelia.
Ma tra il “caldino della stalla”, le mani affondate nel fieno, il profumo del pane appena sfornato e il rumore dell’acqua alla fontana, quella vita rurale ha dato a Onore una falda profonda.
Una radice fatta di lavoro, di terra e di bestie, che ancora oggi si percepisce, anche se delle 500 bestie che c’erano in paese allora, oggi non ne è rimasta alcuna, come constata Antonio, guardando un mondo profondamente cambiato, nato però proprio da quelle stalle piene, da quei covoni in solaio e da quei maiali difesi con piccole “bugie bianche”.
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